giovedì 29 maggio 2014

Il pranzo

Ho fatto un sogno. Un sogno bellissimo. Non comincia così. Comincia con un aperitivo con due amici nuovi. E poi siamo su un prato enorme, sotto una tettoia enorme lunghissima, oblunga direi.
Come una visiera da cappellino da basket, ma lunga. Bianca. E bianca è la pedana che si allunga tutto intorno al ristorante, bianco anch'esso, naturalmente e di legno. Io sono in piedi lì, sulla pedana appena sotto la tettoia. Guardo i miei amici. Ho scelto di invitarli a pranzo. Guardo e ci sono alcuni tavoli, 5 direi. Tavolate enormi. Ne vedo la fine, ma ci sono tante persone.
Ci sono proprio tutti e sono felici. Ridono.
Dicono che fra poco pioverà e uno di quei tavoloni è tutto fuori dalla tettoia.
Infatti di punto in bianco c'è uno scroscio d'acqua.
E io mi prodigo insieme a quegli invitati, per spostare loro e il tavolo sotto la tettoia.
E ci stiamo, ci stiamo tutti. Perché quella tettoia è lunghissima e bianca. In mezzo al prato verde.
Erba alta. Come una radura e tutt'intorno c'è un bosco di pini.
Vedo Igy, un mio compagno delle superiori. Che ride, vedo la sua faccia, ma di quando eravamo alle superiori. (Pochi giorni fa ho ritrovato una foto che ci siamo fatti a milano, insieme ad altri tre nostri amici di scuola, una fototessera).
C'era una sensazione di pace, benessere, provati poche volte in vita mia.
Erano tutti là sotto la mia tettoia. E io volevo bene a tutti.
Non c'erano solo i miei amici, questa è stata la sensazione.
Ma c'erano tutte le persone a cui, comunque io ho voluto bene, in tutta la mia vita.
Ed erano tutti felici, compresa me. E ridevo forte.

E ho pensato, quante cose sono cambiate dall'anno scorso. E forse anche dall'anno prima.
Mi sono svegliata con questo pensiero. Un bel pensiero, perché l'anno scorso mi sono sentita sola parecchie volte. Anche se non era così.
Sono cambiate tante cose. E sono cambiata io, prima di tutto.

Forse ho aperto quelle finestre che ho sempre tenute chiuse per paura. Paura instillata da altri.
Non ho mai guardato bene.
Come ora. Avevo un'idea di me, delle cose che facevo e che avrei dovuto fare.
Sono svanite molte di quelle cose.
E a volte, non voglio nemmeno essere legata all'idea che io stessa ho di me.

martedì 13 maggio 2014

A me piace la boxe


Thisisnotpaper mi ha chiesto un contributo per la loro rubrica.
Sono molto onorata e dopo La Lettura consiglio un altro libro.
Quello che sto leggendo in questo momento.

sabato 10 maggio 2014

Tutte le mie briciole

Ricordo la mia vita nella primissima casa che abitavo coi miei genitori.
Ricordo che, allora, mio padre e io avevamo la stessa età: avevamo almeno 2 anni. E ci capivamo benissimo.
Ed eravamo in cucina io e lui. Una cucina luminosa e piccola e lui stava preparando il pranzo.
Abitavamo ancora al quartiere San Fermo di Varese.
La casa che abitava da scapolo era diventata la nostra prima casa da famiglia.
Mio padre, mia madre ed io.
Quel giorno della cucina, mia madre era ancora a scuola: faceva l'insegnante.
Eravamo io e mio padre e la zia stava arrivando a casa. Io indossavo la mia salopette rossa. Che ha smesso di andarmi bene troppo presto. Le gambe mi si sono allungate, facendo intendere ai miei che sarei diventata alta. La cosa li rendeva molto felici.
L'idea che io fossi alta e longilinea come una modella.
Io però ho smesso di crescere in prima media circa, periodo in cui ero ancora la più alta.
Poi, subito dopo, il metro e mezzo mi è sembrato sempre una mezza misura.
Per le persone che non potranno mai dire nulla nella vita.

Insomma si era in cucina e io sbocconcellavo una carota. E poi subito dopo un cracker o qualcosa come un pezzo di pane. Io sono sempre stata un mago nel produrre briciole.
Avessi potuto, le avrei tirate fuori anche dal gelato. Le mie briciole.
E questo è uno dei più bei ricordi che ho.
Di mio padre e me. Io sto con tutte le mie briciole infilate nella salopette e ne sono davvero piena.
Comincio a ridere perché le briciole pungono.
Oltre a mangiare, a me piace molto ridere.
E ridevo, ridevo e mio padre si gira verso di me. Aveva ancora i capelli neri, sulla quarantina ancora.
E comincia a ridacchiare chiedendomi motivo delle mie risate. Io gli spiego che mi sono riempita di briciole e lui allora mi slaccia la salopette e mi aiuta a spolverarmi.
E io mi immagino, lo ricordo come se fosse ora, che avrei voluto essere sottile come un piccolo tappeto per essere scossa e ripulita al vento e svolazzare, per poi esser ripiegata e reinfilata nella mia salopette.

Prima che arrivasse mia sorella.
Mia sorella è arrivata dopo tre anni da me. E ci siamo spostati in una casa enorme. Troppo grande per quattro persone così piccole.

Secondo me. In quella casa enorme è cambiato tutto.



mercoledì 26 febbraio 2014

Il genio


Il grande Vamperius Terroristus


Da dodici anni, il reparto di neuropsichiatria infantile della AUSL di Reggio Emilia ospita creature sorprendenti, cammelli purpurei, insetti dai mille occhi, farfalle color cobalto. Gli autori sono i ragazzini dell'Atelier dell'Errore (dai 7 ai 12 anni, con difficoltà psicofisiche diverse), accompagnati dall'artista Luca Santiago Mora. Le regole sono poche, ma ci sono: per esempio, non si fa retromarcia (cioè, non si usa la gomma) e ogni segno serve per costruire quello successivo. 
            da l'Atelier dell'errorre necessario 

domenica 9 febbraio 2014

Vado a fare la spesa

Stanotte non ho dormito bene. Non ho sonno, il mio corpo non si spegne. La differenza rispetto a prima è che accetto tutto quello che mi succede. Non dormo, non dormo. Mi brucia la gola? Passerà.
Sento un rumore, sento un rumore. Mi addormento? Mi addormento. Mi devo alzare, mi alzo.
Non nego che ci sono cose che mi preoccupano, naturalmente.
Ho bisogno di un aiuto arrivata a questo punto del mio tragitto.
Non ho paura di chiedere. Sto come preparando il terreno, fertile, per tutta una serie di cose.
E quindi, aspetto e recido i rami secchi.
Quelli che non produrranno nulla.
Ultimamente ho notato che mi occupo più di cose burocratiche che di altro e che il disegno occupa, purtroppo una minima parte del mio tempo.
E' molto doloroso.
E in continuazione, ci si deve proteggere, come sul ring. Tenere la guardia alta.
Solo che la tengo alta da trooppo tempo. Troppo.
Perlomeno da sola.
ho dovuto crescere in fretta.  Ogni tanto mi do una pacca sulla spalla, però adesso non ho più voglia di fare tutto da sola.

Ieri in metropolitana c'era una ragazza con due stivaletti neri, contro la pioggia con due piccoli gorilla a braccia aperte, spuntare dalle linguettone. E un sacchetto Emporio Armani.

Vado a fare la spesa.

martedì 14 gennaio 2014

Gelo

"La sensazione di aver indossato la mia camera come una camicia di forza e che ora me la dovessi togliere mi fece fare le scale a precipizio."
Thomas Bernhard da Gelo

lunedì 6 gennaio 2014

Disegnare

Non ci chiediamo mai a sufficienza, perché facciamo quello che facciamo.
E' da tanto che ho dovuto mettere sul tavolo alcune cose mie.
Sono a metà strada. Sono soddisfatta di quello che ho fatto, ma voglio di più.
Per cercare e trovare, soprattutto, ciò che voglio sto cercando di rinforzare le gambe.
Sto cercando di andare al nocciolo della questione come al solito.
Perché disegno?
So perché ho cominciato, ma adesso perché lo faccio?
Lasciamo perdere i motivi professionali.
Quelli sono di secondaria importanza.
La prima spinta motrice era di natura personale, successivamente professionale. Trovare un posto nel mondo. Nel mio mondo.
Il mondo a cui sentivo di appartenere.
La strada me l'ha aperta la ricerca, ricerca pura e semplice, scevra da ogni controllo di natura professionale.
Ma adesso, cosa succede...? Come continuo?
Perché continuo...? Mi sono emancipata da alcuni giudizi e pregiudizi che non mi appartenevano, quindi... cosa c'è dopo?
Cosa c'è dentro?
Dov'è quella cosa che mi sveglia la mattina?
L'euforia del tavolo?
Dov'è il prossimo gradino per la scala che devo salire?